In rilievo: a cura de "Il Pensiero Scientifico Editore"
05/02/2008Raccontami...Pier Luigi Giorgi, professore f.r. di Clinica Pediatrica dell'Università di Ancona, Recenti Progressi in Medicina su "Narrazione e prove di efficacia in pediatria"
(concesso da IL PENSIERO SCIENTIFICO EDITORE)
"In medicina si deve porre attenzione non ad una teoria plausibile, ma all'esperienza e alla ragione insieme..."
Ippocrate

C'era una volta la semeiotica, materia del curriculum di studi di medicina. Nella semeiotica, l'anamnesi era una componente essenziale che - insieme all'esame obbiettivo - portava alla sintesi. Il più delle volte si riusciva a capire se, per quel soggetto, si trattava di "illness" (esperienza soggettiva dei sintomi) oppure di "disease" (la malattia secondo il modello biomedico), anche se le due situazioni possono coincidere, esprimendo, quindi, una differenziazione più teorica che reale. All'epoca, questo approccio al malato non si avvaleva di sofisticati mezzi diagnostici, se non di qualche esame di laboratorio, e, se il caso, della radiologia. L'anamnesi era la narrazione, passata - presente e familiare - attinente ai problemi del nostro soggetto al quale si richiedevano chiarimenti anche sul contesto sociale; in particolare, per il bambino, il vissuto in famiglia e nella scuola. Non pochi decenni fa, ricordo che in un Convegno su tematiche generali di patologia pediatrica, ebbi a dire che la visita avrebbe dovuto scandirsi con il 40% del tempo dedicato all'anamnesi, per il 20% (e anche meno) all'esame del paziente, dedicando il rimanente spazio alle spiegazioni ai genitori, il che non sempre comportava un verdetto diagnostico definitivo; non di rado era solo interlocutorio.
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